Dice un maestro moderno: “Coloro che oggi aspirano a trovare un modo di vita autentico si scontreranno con tutti i problemi della società moderna. Il progresso umano non coincide assolutamente col progresso della scienza, e non segue neanche il percorso dello sviluppo della società materiale. Vi sarà progresso umano se ogni singolo essere diventerà adulto”. (K. Uchiyama: Aprire la mano al pensiero, Astrolabio Ubaldini, 2006)

Quando nel prendere i voti l’aspirante monaco dichiara di “prendere rifugio nel Dharma” e “nel Buddha”, si sta alludendo a quel rifugio dello spirito che è già in ognuno di noi, la dimensione invisibile connessa con tutte le cose che è il mondo visto dall’interno, paragonato alla corrente di un fiume che una volta entrato nel mare perde la sua identità. È questo che va chiarito per evitare quella norma collettiva generale del comportamento sociale che impedisce la presa di coscienza della propria vera identità.

Quando i buoni propositi si sclerotizzano in religioni, si convertiranno poi nella realtà convenzionale di un popolo determinandone la psicologia, e questo è accaduto anche con lo Zen giapponese; per tale motivo il maestro Sawaki opportunamente raccomandava di evitare di diventare “monaci professionisti” e organizzarsi invece nella società vivendola da dentro, influenzando positivamente il tessuto sociale. Molti monaci, comprensibilmente, trovano più semplice cercare conforto nella rigida serenità di una dottrina tradizionale più facile da seguire piuttosto che una via individuale incerta e sconosciuta che esige risposte individuali…” (R. Santilli: Zen, la via dell’inconscio (la psicologia della non-mente di prossima pubblicazione)

“Sebbene lo studente zen non lo faccia intenzionalmente, egli spesso si ritrova ad esplorare una regione della mente sulla quale, con molta probabilità, nessuno psicologo ha mai gettato più di un fuggevole sguardo. Ciò non vuol dire che noi disprezziamo la psicologia. Al contrario, abbiamo il più grande rispetto per questa come per le altre scienze, e il nostro più ardente desiderio è che i loro metodi e i loro concetti vengano messi in rapporto con lo studio dello Zen”. (K.Sekida, La pratica dello Zen, Ubaldini Astrolabio 1976)

Con lo Zen non dovremmo avere più bisogno di parlare di risveglio, perchè questo risveglio non è altro che la capacità di vedere la vita attraverso l’elemento infinito in noi che comprende il mondo intero,e non vi è nulla che non ne faccia parte.

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