Questo gioco con la sabbia prende le mosse dal coinvolgente piacere che si ottiene dal toccare e manipolare l’elemento più universale che è la terra. La terra è madre in tutti i sensi e non a caso il nostro pianeta prende il suo stesso sostantivo per riconoscersi come l’elemento più diffuso e generativo di sostanza, vegetazione e vita.

Il gioco della sabbia viene anticipato per i più piccoli dal gioco con la farina di polenta per il fatto che a quell’età i bambini mettono tutto in bocca nel tentativo di entrare in relazione con gli elementi e gli oggetti al fine di conoscerli. Spesso il gioco della sabbia è destinato a chi, per mancanza di un giardino adeguato, non può esplorare e manipolare la terra.

Questo vale comunque anche per chi, nei lunghi mesi freddi e piovosi è costretto a restare all’interno del Nido senza il contatto diretto con gli elementi naturali che sollecitano la sfera emozionale del bambino.

La storia del gioco della sabbia ha origini terapeutiche derivanti dalla grande lezione psicologica di Carl Gustav Jung che scorse nell’espressività simbolica del materiale sabbioso la cura di alcuni suoi pazienti creativi. Nel processo di raffigurazione plastica l’analista vuole scorgere il significato simbolico del panorama psichico del paziente per riconoscerne i significati più profondi. Il carattere ‘modellizzante’ della sabbia conduce alla costruzione di possibili configurazioni psichiche prodotte dall’immaginazione spontanea riferita ai processi inconsci che hanno anche a che fare con l’elaborazione dell’Io e le trasformazioni attinenti che nel corso del tempo ne determinano gli sviluppi o meno.

Fu la dottoressa Lowenfeld di Londra ad inaugurare questo gioco col nome di “gioco del mondo” in riferimento ad alcune figurine plastiche, pupazzetti e casette che articolavano uno scenario di vita che il bambino rendeva vissuta sulla sabbia. Presto la misura del gioco venne limitata a quella di una cassetta di legno per poter corrispondere al campo visivo del paziente. Il gioco con la sua modalità in forma terapeutica fu poi sviluppato dalla dottoressa Dora Kalff che ne perfezionò alcuni punti.

Negli anni Ottanta fu Paola Tonelli ad introdurre in maniera più accessibile e pertanto più ridotta il gioco della sabbia nel contesto pedagogico, eliminandone gli aspetti terapeutici relativi all’interpretazione psicologica che giustamente considerò fuorvianti in ambito educativo.

Il contenitore della sabbia, una scatola di legno di 58X45X9, venne ben presto conosciuto col nome di “scatola azzurra” per via del colore intenzionalmente dipinto al suo interno per evocare il cielo e il mare; aiutata da scatolette contenenti animali, casette, pupazzetti, rametti, sassi, conchiglie ecc., per completare il gioco, dette vita ad un laboratorio della sabbia che è entrato a far parte delle attività privilegiate del Nido, sostituendo a volte la scatola di legno con una lettiera per gatti.

Lo spazio limitato della scatola è protettivo, in cui è possibile esplorare il proprio mondo emotivo che molto spesso è traducibile come “madre” nel senso però più ampio della parola di materia e vita. Questa materia e vita contenuta in uno spazio protetto ricrea il contatto di fiducia originario come esperienza dell’attualità. Il bambino è completamente libero nella sua creazione e nella scelta della sua composizione attraverso l’utilizzo dei piccoli oggetti di supporto che gli consentiranno inoltre operazioni di classificazione, sequenze logiche ed elaborazioni di categorie.

In ogni fase esplorativa è come se il bambino ricercasse qualcosa di nascosto che in realtà vorrebbe trovare in sé stesso. La composizione infatti è in continuo mutamento come è lui stesso; ecco perchè gli verrà fornito un congruo numero di elementi (omini, guerrieri, animali selvatici e domestici, alberi, cespugli, fiori secchi, automobili, treni, barche ecc.) e materiali che possano formare colline, rocce, gallerie, fiumi ecc., in modo da dargli la possibilità di far agire in sé stesso quelle figure e situazioni che secondo la sua esperienza e la sua fantasia realizzino per lui le fasi della sua evoluzione.

Gli oggetti miniaturizzati e i materiali naturali che aiutano il bambino ad elaborare le sue fantasie, saranno riposti ogni volta dopo il gioco, in contenitori o scatole di diverso colore per meglio identificarne il differente contenuto suddiviso in categorie (casette – pupazzi – animali… ecc.).

L’esperienza sensoriale espande la mente percettiva del bambino che creando delle storie si mescola con la dimensione onirica del sogno, aiutandolo a conoscere meglio il proprio mondo e la propria identità. A differenza di quanto accade all’adulto la cui identità e la conoscenza reale del mondo dipendono proprio dalla capacità di distinguersi, per il bambino piccolo si tratta di un tipo di conoscenza indiretta dovuta ancora al mantenimento di un contatto diretto con tutto ciò che gli evoca la vicina origine della vita che si connette alla sfera della nuova coscienza.

L’intenzione della Kalff era già quella di cogliere internamente alla raffigurazione la simbologia di un ordine interno relativo all’evoluzione o meno della personalità del bambino, a partire dall’immagine ‘centralista’ della figura materna. Col tempo però, questa centralità “materna” può venire decentrata in favore di un positivo impulso a manifestare qualcosa di intimamente personale, il rapporto col quale prende forma nelle immagini plasmate nella sabbia in tutte le fasi decisive dello sviluppo.

“Spesso i bambini rappresentano nella cassetta di sabbia una scena in un cerchio, o delimitano un territorio quadrato, oppure formano una figura che ricorda un’ovale o una spirale.” (Schlegel)

Il rapporto con il centro, così come viene raffigurato dalle figure plasmate con la sabbia, ha una stretta analogia con certi culti, soprattutto orientali, il cui simbolismo fondamentale evoca un “ordine interno” che è preesistente alla coscienza. Si tratta del rapporto con il centro della psiche umana idealizzato nell’immagine del Mandala, una forma chiusa, compiuta, circolare, che risulta essere un prodotto spontaneo della mente e che rimanda all’idea di ‘perfezione’; questo tipo di immagini sorgono anche e soprattutto attraverso i sogni. Il bambino li riproduce spontaneamente durante il suo lavoro espressivo e creativo essendone ancora completamente e intimamente connesso e influenzato.

Secondo Jung infatti, i Mandala sono “luoghi di nascita”, simboli di processi naturali di trasformazione. La natura utilizza uno schema fondamentale la cui immagine induce a intraprendere una direzione e uno sviluppo ordinato. Si tratta anche spesso di decorsi a spirale che ritroviamo nella crescita delle piante, e infatti il motivo della pianta, dell’albero e del fiore ricorre frequentemente nei sogni o nelle fantasie spontanee rappresentate in disegni.

Il significato psicologico del Mandala è universale, poiché in ogni individuo esiste una disposizione inconscia a riprodurre questo tipo di simbolo sia nella forma che nel contenuto. In fondo all’anima continuano a vivere ed agire contenuti psichici che inducono a ricreare sempre lo stato di unità col tutto. Per noi, dice Jung, queste verità sono andate disperse e per ritrovarle dobbiamo esplorare le antiche culture e consultare gli antichi testi; oppure possiamo trovarne traccia nella produzione spontanea degli uomini creativi, dei pazienti clinici o dei bambini. Ma molto più frequentemente è nei sogni che possiamo riscontrare processi inconsci che si muovono in cerchio attorno a un centro.

Lo sviluppo dell’Io, della coscienza, della personalità e infine dell’individualità è infatti basato precisamente sull’elemento circolare, dell’autarchia” intesa come unità e compiutezza che esprimono la forza della vita in contrapposizione al disorientamento e all’instabilità, e come la ritroviamo nello sviluppo di un’individuazione preannunciata, nei suoi lineamenti evolutivi e decisivi già nella prima infanzia così come lo possiamo vedere col gioco della sabbia in cui viene evidenziato il modo in cui la formazione dell’Io e della coscienza sono ampiamente governate, seppur inconsciamente, dall’autoconfigurazione.

Le tendenze narcisistiche proprie del bambino, che risultano già come riferimento autarchico, costituiscono molto spesso un presupposto essenziale per il successivo autosviluppo.



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